. Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, Monte Falterona e Campigna |
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Foreste Casentinesi
Non sono soltanto la grande estensione, le abetaie profumate di resina dal fascino alpino e gli alberi colossali a rendere le Foreste Casentinesi le più belle dell'Appennino settentrionale, ma anche una storia umana antica di secoli intrecciata a quella di queste cattedrali verdi di cui troviamo testimonianza in mirabili opere dell'uomo e della natura. Le foreste di abeti bianchi e faggi del crinale tosco-romagnolo arrivarono praticamente integre fino al Medioevo: secondo la tradizione nel 1012 san Romualdo si ritirò nella zona, vi costruì un eremo e fondò l'ordine dei Camaldolesi che eressero un monastero e si dedicarono alla cura delle foreste favorendo lo sviluppo dell'abete bianco. Nel territorio, in cui transitarono Dante e Petrarca traendone ispirazioni per i loro versi, aveva così inizio una sapiente gestione forestale che sarebbe durata più di otto secoli ad opera dei monaci dell'Opera del Duomo di Firenze, che ne ricavò il legname per la costruzione di Santa Maria del Fiore e di altri monumenti fiorentini, e dei granduchi di Toscana, che le avrebbe portate, pur tra alterne vicende, fino ad essere acquisite in fasi successive dal demanio dello stato italiano in tutto il loro splendore.
Di proteggere queste magnifiche foreste con l'istituzione di un parco si parlò sin dagli anni Trenta, ma il Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, Monte Falterona e Campigna è stato istituito solo nel 1993.
Il parco si estende su 36.400 ettari e comprende entro i suoi confini tutti i tipi di foresta: caducifoglie che si alternano al variare della quota e dell'esposizione dei versanti, oltre a magnifiche abetine di abeti bianchi, con individui colossali plurisecolari. Tutta la zona è ricca d'acqua, con torrenti che formano all'interno delle foreste salti d'acqua, cascate a gradoni e pelle limpidissime. Ovunque in queste foreste può capitare di incontrare un cervo o un capriolo, di veder fuggire precipitosamente un daino o un muflone (introdotto nel 1872), di sorprendere dei cinghiali, ma le osservazioni della fauna sono per lo più il risultato di pazienti appostamenti. All'alba o al tramonto, quando le foreste si fanno ancor più ombrose, si possono attendere i cervi e i caprioli sul limitare delle radure, dove escono a pascolare. In autunno le foreste risuonano dei bramiti dei cervi e del cozzare delle loro corna durante i duelli e le osservazioni sono ancor più interessanti.
Le radure diventano allora arene in cui i più forti impongono la loro supremazia obbligando i contendenti a ritirate poco dignitose. Durante l'attesa dell'appostamento si può cercare di riconoscere i canti degli uccelli andandoli a cercare con il binocolo nelle chiome degli alberi. Il grido sgraziato della ghiandaia, i versi rumorosi del picchio verde e del picchio rosso maggiore, così come quelli cantilenanti delle cince diventano presto familiari. Quando poi la notte ha il sopravvento tutto tace e il silenzio è rotto soltanto dai richiami dell'allocco e del gufo comune e, talvolta, dall'ululato disperato del lupo in lontananza.
Gli itinerari da non perdere, in grado di riassumere tutta la complessità naturalistica e culturale del parco, sono quelli che portano alla cascata dell'Acquacheta, al monte Tiravento, al monte Penna e alla foresta della Lama, alla foresta di Camaldoli e al santuario della Verna, dove nel settembre del 1224 san Francesco ricevette le stimmate.